Insegnanti martiri…ma anche no

8 Febbraio 2018   /   diMarina Iuele  / Categories :  Notizie e novità

I fatti di questi giorni mi fanno veramente sbarrare gli occhi e cascare la mascellla. Ma non per l’ennesimo atto di violenza perpetrato ai danni di una insegnante…ma per la reazione dell’insegnante stessa!! Le hanno sfregiato la faccia con un coltello…E LEI PERDONA IL RAGAZZO…LEI HA FALLITO NELLA SUA MISSIONE EDUCATIVA!! Dico, ma stiamo scherzando, vero??

Innanzitutto non guasta ricordare che l’educazione ai ragazzi è A CARICO DELLA FAMIGLIA, NON DELLA SCUOLA. Anche se è vero che la scuola è una importantissima agenzia educativa, per il solo fatto che i ragazzi vi trascorrono la più parte del loro tempo, credo che la scuola non abbia alcun diritto (e quindi nessun dovere) di sostituirsi alla famiglia, ma scherziamo? La famiglia ha il compito, il privilegio, il dovere di scegliere la linea educativa che terrà nei confronti del ragazzo, per la sua armonica crescita…la scuola deve, infatti, stilare un PATTO EDUCATIVO con essa, in modo da agire in coerenza coi principi che la famiglia sceglie.
Quindi su quale base questa collega si arroga il diritto di dire che “ha fallito”?? E per cosa? Per aver compiuto il suo dovere? Per aver chiesto, e da più giorni, al ragazzo di venire interrogato? (e questo cosa diamine ci va a fare a scuola? Non sa di dover studiare, fare i compiti, essere interrogato?)
Se uno tira fuori un coltello a 17 anni…coltello portato da casa (te lo ricordi, vero collega?) chi ha fallito? Chi è in difficoltà?
Io sono basita…basita davvero dalla mancanza di percezione delle linee di contenimento che un ruolo, un qualsiasi ruolo lavorativo, deve avere…e di cui, chi lavora, deve essere a conoscenza! Ma mica perché è bravo e coscienzioso…ma perché lo deve sapere, per contratto!

L’INSEGNAMENTO NON E’ UNA MISSIONE! Solo gli ispirati, i baciati da un dono speciale, gli ascetici…hanno una missione, si immolano, si fanno percuotere, dico fisicamente, e nessuno ancora si era fatto sfregiare!
L’insegnamento è un lavoro. E come tale comporta dei diritti (per tutti) e dei doveri (per tutti).
Nei doveri, come insegnanti, sforiamo tutti…contrariamente a quanto pensa l’opinione pubblica. Lavoriamo a casa anche sabato e domenica (e non va bene!) durante le vacanze (e di nuovo non va bene!), portiamo i ragazzi in gita o alle uscite e regaliamo ore ed ore di servizio che nessuno ci retribuirà (e neppure questo va bene. A quale professionista si chiede tanto?).
Sforiamo tutti…ma se lo facciamo per nostra scelta non ce ne possiamo lamentare…e infatti nessuno mai si lamenta…semplicemente si vuole che la gente lo sappia e non ci consideri dei lavativi che fanno tre mesi di vacanza e che lavorano 4 ore al giorno, perché non è vera nessuna delle due affermazioni.
Ma sui diritti no, mi spiace ma io batto davvero i pugni: io pretendo di essere rispettata, quando sono nell’esercizio delle mie funzioni (cioè quando sono un pubblico ufficiale…se qualcuno se lo fosse scordato), pretendo che la mia incolumità fisica venga tutelata, che la mia salute venga difesa e che io non debba avere PAURA di andare a scuola! Io lo pretendo, senza se e senza ma!
Che una collega, interpretando il suo ruolo di insegnante in modo del tutto personale, venga elevata ad esempio di come dovrebbe essere un insegnante-modello…io non ci sto.
Perché, da insegnante, penso invece a tutti i compagni di classe del ragazzo che ha colpito la professoressa col coltello e mi domando -Che esempio stiamo dando?- Stiamo dicendo, con questo comportamento, che ad un professore possiamo fare di tutto, ma veramente di tutto, che tanto non succede nulla? Davvero vogliamo creare una generazione del genere? E questo a quale modello educativo evoluto corrisponde, scusate?

Io dico che dobbiamo assumerci delle responsabilità e dico che dove la famiglia non può arrivare (per sacrosante, a volte gravissime ragioni) non è la scuola che deve supplire, né alla famiglia si deve sostituire…perché la scuola DEVE INSEGNARE, non è un parcheggio, gli insegnanti non sono babysitter, ma formatori.
E allora quando manca la famiglia chi dovrebbe pensarci?
Forse lo Stato?

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